Partecipiamo ai referendum, riprendiamoci la politica

In un contesto politico ancora sostanzialmente bloccato ed in cui, da tempo, non è data la possibilità di scegliere i parlamentari da eleggere, ora finalmente abbiamo la possibilità di dire la nostra su tematiche importanti come i temi proposti in questa tornata referendaria.

Una scadenza che fa paura e, difatti, il governo ha cercato di depotenziarla in vari modi al fine di far mancare il quorum per la loro validità. Prima ha negato l’election day che avrebbe dato la possibilità di accorpamento con le elezioni amministrative. Poi ha sospeso, per due anni, la legge che ha reintrodotto il nucleare in Italia. Sospensione, non annullamento della legge, con il proposito neanche nascosto di riprendere l’opzione nucleare fra due anni. Successivamente, la creazione di una Authority indipendente per il controllo delle tariffe per l’acqua. Come dire che nei fatti il problema sarebbe superato, e superato non lo è. Ed infine la negazione di ogni spazio nei mezzi di comunicazione per approfondire politicamente le opzioni che i quesiti aprono alla politica.

Io, semplice cittadino, vedendo tanta ipocrisia sono spinto, a maggior ragione, ad andare a votare. Spero che sia un ragionamento seguito dalla maggioranza degli italiani. Una opportunità per riprendersi un pezzo di democrazia e di bloccare il processo di privatizzazione che è in corso dagli anni ’90.

Ormai da quasi un decennio, lentamente, dal basso, e mettendo in difficoltà i vertici dei partiti, si è sviluppato un grande movimento per l’acqua, di grande e reticolare diffusione territoriale capace di aprire una forte vertenza nazionale, prima presentando nel 2007 una proposta di legge di iniziativa popolare (oltre 400 mila firme raccolte. Progetto peraltro lasciato agli atti parlamentari dalle forze politiche) ed ora con la campagna referendaria con oltre 1,4 milioni di firme raccolte.

Un movimento che è riuscito a coniugare il radicamento territoriale con la capacità di incidere sull’agenda politica del Paese; perché ha costruito la più ampia coalizione sociale dal basso degli ultimi decenni; perché è stata capace di mettere insieme protesta e proposta; perché ha costruito un movimento socialmente autonomo e in grado di autorappresentarsi senza ricorrere alla delega tipica della democrazia rappresentativa.

Nel contempo, il movimento per l’acqua è un grande laboratorio di democrazia partecipativa, che fa del metodo del consenso e dell’inclusione i propri cardini di azione: ed è forse anche per questo che esiste ed è in continua espansione da quasi un decennio. E che oggi, attraverso la vittoria referendaria, può determinare la prima vera sconfitta delle politiche liberiste dopo oltre due decenni.

Nel dettaglio i due quesiti:

Con il Si al primo quesito si ferma la privatizzazione dell’acqua in quanto si toglie l’art. 23 bis della legge n. 133/2008 relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica. E’ l’articolo che stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%. Se questo articolo non sarà cancellato le società a totale capitale pubblico cesseranno improrogabilmente entro il dicembre 2011, o potranno continuare alla sola condizione di trasformarsi in società miste, con capitale privato al 40%.

Con il SI al secondo quesito si eliminano i profitti dall’acqua. Si chiede infatti di abrogare la parte di normativa (art. 154 del Codice dell’Ambiente) che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio.

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