Capitale sociale e terzo settore

Da una lettura attenta delle trasformazioni in atto nella nostra città si evidenzia che il processo di partecipazione promosso dal sistema che fa riferimento all’associazionismo e al volontariato risulta di grande importanza per sostenere la convivenza che dipende spesso da equilibri precari, fatti di economia, di scelte urbanistiche, di politiche sociali e sanitarie, di sicurezza urbana che incidono sulle relazioni e determinano nei nostri quartieri una parte importante della qualità della vita.
Comunità è oggi una parola che indica ciò che non è più: la comunità; ciò che ci è venuto a mancare.
Nella società del presente, dell’individualismo compiuto e dispiegato, la voglia di comunità non può che ricominciare dalle relazioni.
Il nostro tempo è segnato da uno “smarrimento” che caratterizza la nostra complessa società globalizzata.
Il ricordo delle nostre città marchigiane ci rimanda alle esperienze concrete di comunità fatte di prossimità, di buon vicinato, di mutualismo; il presente ma soprattutto il futuro ci propongono nuovi vicinati caratterizzati dal dover essere, contemporaneamente, locali e globali.
I flussi di persone, merci, informazioni, culture, ci collegano a luoghi e persone una volta irraggiungibili e straniere.
Chi l’avrebbe mai immaginato di vedere dieci anni fa un pachistano con il turbante in una stalla nello nostro alto Montefeltro?
Ma i pachistani e gli indiani hanno “salvato” la filiera del latte “Granarolo” nelle stalle della bassa emiliana.
Nel nuovo vicinato che svela quello che c’è in comune nella vita e nel lavoro delle persone che occorre costruire il nuovo modello di comunità.
Nel fare rete tra i diversi soggetti sociali che affrontano la sfida del tempo presente.
Ci interessa dialogare con tutti coloro che mettono in gioco la loro ricerca di senso e le loro speranze, con tutti coloro che avvertono quanto siano inadeguati gli spazi della rappresentanza.
Occorre lavorare sulla necessità di dare consistenza alla cultura dei “corpi sociali intermedi”(il terzo settore) troppo spesso prigionieri della loro autoreferenzialità e che spesso vengono messi in discussione, nella loro autonomia e dignità da una cultura politica miope.

È ormai un dato di fatto che la nostra città ha avuto in questi ultimi anni un processo migratorio costante che ha portato la popolazione a raggiungere i 62.000 abitanti. Ma tutto il comprensorio geografico dei Comuni limitrofi a Fano (Mondolfo-Marotta, San Costanzo, Cartoceto-Lucrezia, Saltara-Calcinelli) hanno avuto in meno di 10 anni un trend d’incremento di popolazione che ha fatto cambiare il tessuto sociale radicalmente (i Comuni del comprensorio sommano insieme a Fano 90.000 abitanti). La convivenza è quindi una pianta delicata che va coltivata e sostenuta.
L’obiettivo evidente di chi non ha a cuore questa pianta, non è quello di convincere i decisori politici che solo costruendo reti e relazioni si mettono in pratica quelle strategie atte a creare un processo d’inclusione sociale di questa popolazione nuova immigrata, ma spesso risulta più facile confondere e alimentare la paura negli strati più fragili e più esposti.
La questione su cui tutti concordano è che la crescita economica dei nostri territori non sarebbe stata possibile senza il contributo dell’immigrazione;basta guardare a quanto avviene nei settori più dinamici della nostra economia: la cantieristica navale e l’edilizia. Sono pochi infatti i “ fanesi” che accetterebbero di svolgere mansioni operaie che invece gli immigrati sia extracomunitari che provenienti dalle città del nostro mezzogiorno accettano volentieri.
Ma non si possono volere gli immigrati per farli lavorare nelle nostre fabbriche e nei nostri cantieri poi pretendere di non farsi carico dei processi complessi e difficili dell’inclusione sociale degli stessi.
L’alloggio, l’educazione dei loro figli, la salute, solo per citare alcuni interventi delle politiche di un sistema di welfare che non riesce a far fronte all’aumento della domanda di servizi.
Come sostengono ormai da anni esimi economisti, tra cui il prof. Stefano Zamagni, che affermano che “il welfare è lo strumento con cui si costruiscono su un territorio le condizioni per competere sul mercato della globalizzazione”. Il nuovo modello da seguire per coniugare il modello di crescita economica con quella di tutela della qualità dell’ambiente e della riduzione delle disuguaglianze sociali è quindi l’obiettivo su cui far convergere in un’ottica di responsabilità sociale tutti gli attori del territorio e quindi sia profit che no profit debbono fare la loro parte.
I criteri esclusivamente economici di valutazione dello sviluppo non costituiscono quindi un indicatore esauriente della corretta direzione di progresso di un territorio e delle forme che esso dovrebbe assumere.
È proprio di questi giorni la notizia che una grossa azienda della cantieristica aprirà una nuova fabbrica dove verranno occupati 350 nuovi addetti. Sarebbe sciocco non condividere che questi nuovi insediamenti non portino profitti e non abbiano una ricaduta positiva sul tessuto economico della nostra città. È positivo che degli imprenditori scelgano il nostro territorio per sviluppare la capacità produttiva di aziende che nel mercato in questo momento sono fortemente competitive.
Ma a fronte di questa lettura dobbiamo tenere conto che probabilmente una parte di quei lavoratori necessari verranno da fuori del nostro territorio e nel loro progetto di vita non tarderà il ricongiungimento con la propria famiglia, l’esigenza di trovare un alloggio adeguato, la necessità di avere servizi per i figli e contestualmente riuscire a fare quadrare i loro bilanci rispetto a quanto percepiranno mensilmente dall’azienda che li ha assunti: quindi risulterà prioritario soddisfare soprattutto i bisogni primari quali la casa, le cure sanitarie, i servizi sociali e l’ istruzione.
Le relazioni umane devono essere poste tra gli indicatori assieme alla rete dei servizi di welfare, in modo da mantenere quella qualità della vita per la quale ci siamo sempre posizionati tra le città migliori; quei beni relazionali (come la famiglia, la vita associativa, la comunità locale) che hanno rappresentato e sostenuto il modello di sviluppo marchigiano.
Una società povera di relazioni e carente di servizi sociali oltre ad essere una società dove si vive peggio è anche,paradossalmente, una società meno produttiva in quanto la disgregazione del tessuto sociale finisce per agire negativamente sulla capacità di sviluppo economico-produttivo. L’inclusione sociale, la partecipazione, la creatività, la formazione del capitale umano, la fiducia nelle relazioni debbono contare quanto l’aumento del solo capitale economico di un territorio.
Da alcuni decenni gli studiosi della società valorizzano il “capitale sociale” come fluido che facilita le relazioni, anche quelle economiche, rendendo possibile lo stare insieme e garantendo una migliore qualità della vita. Qualcosa insomma senza cui non è possibile fare comunità. Tecnicamente con “capitale sociale” si intendono tutti gli elementi della struttura sociale, in particolare le relazioni interpersonali, le reti che consentono fiducia e reciprocità.
Queste reti servono alle persone per produrre benessere e, a livello aggregato, sono un fattore determinante per lo sviluppo economico. Risulta quindi che queste reti “chiave” siano soprattutto le organizzazioni del terzo settore di cui fortunatamente è ricca la nostra città.
Persone che dedicano le proprie energie a prendersi cura di parenti, di amici, di vicini di casa.
Tutor e allenatori disposti ad offrire la sola cosa che veramente conta: il tempo e l’amicizia. Cittadini che, giorno dopo giorno, rendono più forti le loro comunità.
Operatori sociali e sanitari nei servizi disponibili a sostenere le persone in difficoltà ben oltre agli orari e agli obblighi di lavoro.
Uomini e donne che hanno riscontrato personalmente un bisogno e che reagiscono nella maniera più straordinaria: esponendosi in prima persona prendendosi in carico i problemi degli altri.
Riporto sinteticamente alcuni passi dell’intervento che il Primo Ministro Inglese Gordon Brown ha fatto lo scorso 24 luglio annunciando per il suo paese una vera rivoluzione per il terzo settore.
“Viviamo in un tempo in cui molte delle strutture tradizionali della società sono in declino, in cui si tengono sempre meno incontri di comunità nelle nostre chiese e nei nostri municipi. Ma in ogni angolo del Regno Unito ho visto con i miei occhi nuove e vibranti forme di impegno civile.
Le energie, le idee e la devozione di genitori che danno una mano a raccogliere fondi per la comunità e a gestire la squadra di calcio locale o di ragazzi che fanno da tutor a bambini più piccoli bisognosi di aiuto, ogni giorno queste persone contribuiscono a cambiare il nostro paese.
Alcune delle loro attività sono nuove, ma tutte nascono dai valori universali e senza tempo di una buona società.
Una società in cui ciascuno si sente parte e si attiva per essere parte di qualcosa più grande di se stesso. La mia idea della società inglese e dell’essere inglesi oggi, è questa: non l’individuo isolato che basta a se stesso ma l’individuo con un senso di appartenenza forte che cresce man mano che si passa dalla dimensione della famiglia a quella della scuola, del lavoro, degli amici e del vicinato fino a superare i confini della propria città e a definire la nostra nazione come una società.
Ho in mente una Gran Bretagna in cui le persone riconoscono che sono i doveri e la responsabilità di ciascuno la chiave per migliorare il benessere di tutti. … è su questa forza che dobbiamo contare. Non esiste nel nostro Paese un problema che non possa essere risolto facendo leva sulla parte migliore degli inglesi. Su ciò che ci accomuna e che ci fa primeggiare: l’impegno e la solidarietà”. Le parole del Primo Ministro inglese Gordon Brown costituiscono una svolta nella prospettiva con cui la politica guarda alla società civile.
Vorremmo che la “rivoluzione” di Brown fosse condivisa anche nel nostro Paese: la spinta oggi arriva da Londra e noi dobbiamo ringraziare e riconoscere il coraggio e l’avvedutezza di chi riesce a vedere le cose in anticipo.
Tornando nel nostro piccolo, dobbiamo interrogarci come sono cambiate le reti di relazione in questi anni nei nostri Comuni; come stiamo governando questi delicati meccanismi d’integrazione sia da parte delle istituzioni sia da parte della società civile?
Il rischio è che ognuno si chiuda in un isolamento che spesso ha l’effetto di produrre solo maggiore domanda di sicurezza: serve quindi una seria volontà di capire le dinamiche in corso e predisporre un progetto complessivo alla città, accompagnato da proposte operative condivise responsabilmente sia dal pubblico che dal privato.
Partiamo quindi da un territorio che non si trova all’anno zero ma anzi da anni ha attivato una rete di capitale sociale tra le più operative della nostra Regione.
I numeri ci dicono che sono 70 le associazioni di volontariato che si occupano di svariati settori: il sociale, il sanitario, l’ambiente, la protezione civile, la cultura.
Sono 25 le società sportive che si occupano di bambini e ragazzi con attività educative e di promozione sportiva; 23 sono i circoli per anziani che quotidianamente si fanno carico di attività aggregative e di tempo libero per migliaia di cittadini pensionati; sono 8 i circoli che fanno riferimento ad associazioni di promozione sociale ed infine sono presenti associazioni di tutela dei diritti dei consumatori e associazioni sindacali a cui fanno riferimento servizi di patronato.
Nei nostri quartieri sono sorte dal basso forme associative di cittadini che si fanno carico di promuovere attività aggregative, manutenzione del verde, feste ed altre attività.
Queste associazioni hanno creato nei territori quegli importanti momenti di condivisione e di sostegno all’inclusione di nuove famiglie facendole sentire parte attiva del tessuto sociale del quartiere stesso.
(Rosciano Insieme, Ass. Quartiere S. Orso, Bellocchi, La Mimosa di Cuccurano, …).
Nessun ente locale oggi può garantire l’universalismo del welfare, per due motivi: il primo perché le risorse da destinare non possono essere sufficienti a rispondere a tutti i bisogni; il secondo perché il bene comune per definizione non appartiene a nessuno, nemmeno all’ente locale.
In questo senso il nuovo welfare dovrà essere un mix tra welfare state e welfare community ed avere un po’ di Stato, un po’ di mercato e tanta “comunità”.
Quello che occorre quindi è un sistema misto, fortemente decentrato sul territorio in cui il soggetto pubblico svolge l’indispensabile ruolo d’indirizzo, regia e verifica a garanzia di tutti i cittadini ma sappia valorizzare e mettere in rete le energie offerte dai privati.
La mission della mutualità è quella di costruire reti di soggetti promotori che sappiano coinvolgere non solo il settore no profit ma anche quello for profit.
Il dibattito sui processi di inclusione sociale, di partecipazione, di relazioni mirate all’incremento del benessere dei cittadini non può prescindere da una riflessione sul ruolo della responsabilità sociale d’impresa.
Risulta su questo tema interessante citare quanto ha dichiarato Luigi Abete, presidente dell’Unione Industriali di Roma, in un recente convegno: “l’impresa, dovrebbe organizzarsi e porsi obiettivi non solo come soggetto economico ma, come soggetto di comunità, perché della comunità può essere fulcro e motore propulsore”.
Abete ritiene che non si possa più separare il concetto di momento di sviluppo da quello di inclusione sociale dei lavoratori, perché l’organizzazione stessa del lavoro all’interno dell’azienda diventa di per sé elemento sociale fondante: organizzazione significa maggiore produttività lì dove c’è una maggiore “serenità” del lavoratore.
Questi concetti li avevano ben capiti gli imprenditori degli anni ’60: Olivetti, Marzotto per citarne alcuni, ma anche i nostri imprenditori marchigiani i Merloni, i Pieralisi, gli Scavolini, … che dal modello del metal-mezzadro hanno sostenuto l’avvio dello sviluppo delle loro imprese.
Per finire non possiamo non riprendere il tema del mutualismo che per molti è una parola vecchia buona a raccontare la solidarietà tra gli operai del ‘900 ma che ritorna fortemente al centro delle politiche di welfare in quanto sempre più le risorse da distribuire non saranno sufficienti.
Ritornando quindi in conclusione al discorso di Gordon Brown dello scorso 24 luglio, con il quale ha lanciato il piano decennale di cooperazione tra governo e terzo settore, occorre quindi che gli innovatori sociali che hanno un senso di appartenenza con la loro comunità mettano in campo le energie, le idee e le capacità di produrre nei prossimi anni quella città dell’inclusione sociale e della solidarietà che tutti come Gordon Brown ci auguriamo che progredisca.


Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *