Ordine del giorno sul nucleare

Premesso che:

Grazie al referendum del 1987, l’Italia è stato il primo paese tra i più industrializzati ad uscire dal nucleare. Solo alla fine degli anni ’90, infatti, verrà seguita dalla Germania con la definizione dell’exit strategy dalla produzione di energia elettrica dall’atomo entro il 2020, e più recentemente dalla Spagna.
Nonostante la ripresa o l’intenzione dichiarata di programmi nucleari in alcuni paesi, perché si ritiene che questa fonte possa essere una delle soluzioni per la riduzione delle emissioni di gas serra in atmosfera, il nucleare è una fonte energetica in declino sullo scenario mondiale. Infatti secondo le stime dell’Aiea sul contributo dell’atomo alla produzione elettrica mondiale contenute nel rapporto “Energy, elettricity, and nuclear power estimates for the period up to 2030” pubblicato nel 2007, nei prossimi decenni si passerebbe dal 15% del 2006 a circa il 13% del 2030.

– Le convinzioni dell’utilità di ricorrere all’energia atomica per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili si scontrano con i tanti problemi irrisolti di questa tecnologia. Tra tutti la sicurezza delle centrali, la gestione dei rifiuti radioattivi e lo smantellamento (decommissioning) degli impianti, la loro protezione da eventuali attacchi terroristici, il rischio della proliferazione di armi nucleari, le riserve naturali sempre più scarse di uranio e inoltre i costi veri di un KWh da produzione elettronucleare.

Rilevato che:

– Sulla sicurezza degli impianti ancora oggi, a 22 anni dal terribile incidente di Chernobyl, non esistono le garanzie necessarie per l’eliminazione del rischio di incidente nucleare e conseguente contaminazione radioattiva. E non garantirebbero la sicurezza intrinseca nemmeno i reattori su cui sta studiando il Generation IV International Forum, cui l’Italia partecipa, tramite Euratom.

– Rimangono anche tutti i problemi legati alla contaminazione “ordinaria” delle centrali nucleari in seguito al rilascio di piccole dosi di radioattività durante il normale funzionamento dell’impianto a cui sono esposti i lavoratori e la popolazione che vive nei pressi.

– Non esistono poi ad oggi soluzioni concrete al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi derivanti dall’attività delle centrali o dal loro decomissioning. Le circa 250mila tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte fino ad oggi nel mondo sono tutte in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivo, stoccati in depositi “temporanei” o lasciati negli stessi impianti dove sono stati generati. Lo stesso vale ovviamente anche per il nostro Paese che conta secondo l’inventario curato da Apat circa 25mila m3 di rifiuti, 250 tonnellate di combustibile irraggiato – pari al 99% della radioattività presente nel nostro Paese -, a cui vanno sommati i circa 1.500 m3 di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria e i circa 80-90mila m3
di rifiuti che deriveranno dallo smantellamento delle 4 centrali e degli impianti del ciclo del combustibile.

– Oltre al problema legato alla sistemazione definitiva delle scorie, esiste anche la necessità di rendere inutilizzabile il materiale fissile di scarto per la possibile
costruzione di bombe, a maggior ragione in uno scenario mondiale in cui il terrorismo globale è una minaccia attualissima. Gli impianti nucleari attivi – e lo stesso discorso vale per quelli in costruzione – se da una parte possono diventare obiettivi sensibili per i terroristi, dall’altra producono scorie dal cui trattamento viene estratto il plutonio, materia prima per la costruzione di armi a testata nucleare. Nell’attuale quadro mondiale si corre il forte rischio che ci possano essere Paesi che vogliano sfuggire al controllo della comunità internazionale – come nel caso dell’Iran -, che potrebbero utilizzare il
nucleare civile come grimaldello per dotarsi di armamenti nucleari.

Evidenziato che:

– Nonostante da più parti si continui a spacciare il nucleare come una tra le fonti energetiche meno costose, l’apparente basso costo del KWh nucleare è dovuto esclusivamente all’intervento dello Stato, direttamente o indirettamente, nell’intero ciclo di vita di una centrale dalla costruzione allo smantellamento sino allo smaltimento definitivo delle scorie. A tal proposito sono illuminanti le conclusioni della ricerca “The economic future of nuclear power” condotta dall’Università di Chicago nell’agosto 2004 per conto del Dipartimento dell’energia statunitense sui costi del nucleare confrontati con quelli relativi alla produzione termoelettrica da gas naturale e carbone. Secondo il rapporto dell’Università Usa, considerando tutti i costi, dall’investimento iniziale e dalla progettazione fino ad arrivare alla spesa per lo smaltimento delle scorie (che incide fino al 12% del prezzo totale di produzione elettrica), il primo impianto nucleare che entrerà in funzione produrrà elettricità a 47-71 dollari per MWh, escludendo qualsiasi sovvenzione statale all’industria dell’atomo, contro i 35-45 dei cicli combinati a gas naturale. Conclusioni paragonabili a quelle raggiunte dal Massachusetts Institute of Technology nel rapporto “The future of nuclear power” pubblicato nel 2003 che dice che i costi del chilowattora prodotto con carbone e gas, sono rispettivamente di 4,2 centesimi e 4,1 centesimi di dollaro, mentre il chilowattora nucleare (di una centrale in grado di operare per quarant’anni) costa ben 6,7 centesimi di dollaro.

– Occorre fare i conti con le riserve di U235 (l’uranio fissile altamente radioattivo che rappresenta il combustibile dei reattori nucleari): al ritmo di consumo attuale, la sua disponibilità potrà essere stimata per circa 70 anni, ma se la richiesta crescesse, si potrebbe riproporre una situazione del tutto simile a quella delle “guerre per il petrolio” e con i tempi di realizzazione delle centrali.

– Nel periodo 2001-2005 è stata completata, nel mondo, la realizzazione di 16 reattori la cui costruzione (dai permessi all’allacciamento alla rete elettrica) è avvenuta con tempi che si attestano attorno ai 200 mesi, ovvero quasi vent’anni.

– Il nucleare non può essere considerato la risposta ai cambiamenti climatici in atto, tantomeno in un Paese come il nostro che è in grave ritardo rispetto agli obblighi presi a Kyoto nel 1997. Se l’Italia volesse allinearsi alla produzione elettrica media UE da fonte nucleare (pari al 30%), dovremmo prima localizzare sul territorio italiano e poi costruire 8 reattori come quello in costruzione in Finlandia (è il più grande al mondo), oppure 8 come gli ultimi costruiti in Francia tra il ‘96 e il ‘99, oppure 12 reattori della stessa taglia del più grande in costruzione attualmente in Cina oppure 13 di quelli di tipologia russa. Una strada difficilmente perseguibile, mentre quella più facilmente percorribile è fondata soprattutto sul risparmio, sull’efficienza energetica e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili. Quest’ultima rappresenta una soluzione più immediata, sostenibile e addirittura più economica.
Pertanto tutto ciò premesso

Il Consiglio Comunale
delibera

di dichiarare il comune di Fano”territorio contrario alla produzione e all’uso di energia nucleare”, di vietare su tutto il territorio comunalel ’installazione di centrali che sfruttino l’energia atomica e di garantire la massima trasparenza e partecipazione nell’eventuale processo di individuazione di siti di stoccaggio per le scorie derivanti dal decommissioning delle centrali dismesse dopo il referendum del 1987 sul territorio”

Carlo De Marchi
Consigliere comunale di Bene Comune


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