Favorevoli al referendum elettorale

Bene Comune è favorevole al referendum sulle forme di elezione dei nostri rappresentanti in Parlamento.
Il primo motivo è che la raccolta di firme prima, e la consultazione referendaria poi, siano importanti occasioni per parlare con la gente e per rendere noti i meccanismi elettorali.
Un secondo motivo è che, in caso di vittoria del referendum, si migliorerebbe una legge che nell’ultima tornata elettorale la stragrande maggioranza delle persone ha giudicato sbagliata, avendo fatto eleggere candidati invisibili e senza territorio con una campagna elettorale tutta mediatica, con prassi e comportamenti da vecchia repubblica.
Ma c’è un ragionamento ancora più importante e determinante per un impegno a favore del referendum.
La forza dei partiti (sia dal lato economico che dal lato organizzativo), nonché il potere diffuso che essi gestiscono nelle istituzioni, fa paradossalmente il “paio” con la debolezza della politica rispetto ai poteri economici ed alle continue trasformazioni del mercato. Ciò comporta una crescente autoreferenzialità, un’arroganza dei poteri istituzionali, una incapacità ad accettare una vera partecipazione alle scelte politiche più rilevanti, un rinchiudersi di fronte ad ipotesi di innovazione del quadro politico. Questa debolezza della politica, la sua incapacità a confrontarsi, viene quindi sostenuta da partiti sempre più forti ed arroccati su se stessi e la scelta dei candidati, che viene espressa dalle segreterie nazionali senza che i cittadini possano esprimere le loro preferenze, ne è l’esempio più evidente.
Di conseguenza la fragilità delle Istituzioni, e la loro sempre minore autorevolezza nei confronti dei cittadini, è frutto e non causa di questa debolezza della politica. Quindi se vogliamo intervenire per migliorare la capacità delle nostre istituzioni, dobbiamo prima di tutto intervenire su questo eccessivo potere ed autoreferenzialità dei partiti.
In questa fase cruciale della vita del nostro Paese è pensabile che il sistema dei partiti abbia in sé la capacità di una auto-riforma? Certamente no. Ma dal referendum, e da una maggiore consapevolezza dei cittadini, potrebbe arrivare questa “spallata” salutare.
Serve però che tutte le energie vitali della società si assumano, nella logica della corresponsabilità, il compito di dare un contributo determinante per una nuova fase. Nessuno può più delegare ad altri questo compito. Non possiamo sperare che altri facciano quello che noi stessi dovremmo fare. In questo senso il referendum deve essere un segnale “ultimativo” ai partiti: o essi cambiano mettendosi in gioco o la società dovrà trovare nuove forme di rappresentanza politica, più federaliste, più autenticamente collegate ai territori, e magari anche espressioni più dirette dell’associazionismo democratico, molto numeroso nel nostro Paese, che dovrà decidersi di passare dal “pre-politico” al politico.
Il pre-politico infatti è già l’anticamera di una attività politico-amministrativa in quanto si occupa di tutela dei diritti, di promozione di politiche migliori per tutti i cittadini ed in particolar modo per i soggetti più indifesi, di elaborare progetti per una migliore vivibilità delle città, di creare una cultura più rispettosa dell’ambiente, di creare le premesse sostanziali per una migliore coesione sociale.
Si pensi ai numerosi comitati di cittadini già attivi su tantissimi temi. E’ chiaro che essi dovrebbero fare lo sforzo di passare dalla tutela di interessi particolari, superando la “sindrome di Nimby”(“not in my backyard”: non nel mio giardino), alla tutela di interessi generali, ossia alla ricerca del bene comune, ma rappresentano una ricchezza ed una disponibilità alla partecipazione attiva che deve essere valorizzata.
Occorre che la società civile organizzata, i movimenti pacifisti, le organizzazioni dei lavoratori, le associazioni di volontariato e di promozione sociale, le vere liste civiche (ossia quelle che hanno realizzato palestre di addestramento di cittadini alla partecipazione alla vita politica), sentano su di loro la responsabilità della riforma della politica.
Allora noi crediamo che questo referendum sulla legge elettorale possa essere uno strumento, un punto di partenza, utilizzabile, pur con i suoi limiti, per ridestare la voglia di una cultura autenticamente democratica in tutti i grandi soggetti associativi, come in parte è già successo nel referendum costituzionale, attraverso il quale il desiderio di approfondimento di alcuni temi, la voglia di recuperare lo spirito dei padri costituzionali, la spinta a difendere conquiste ritenute irrinunciabili, ha dimostrato che c’è ancora tanta gente che non si accontenta di slogan mass-mediatici ma vuole partecipare di più alla costruzione del proprio futuro.

(articolo tratto dall’ultimo numero del bimestrale IL PUNGIGLIONE dell’Associazione Bene Comune)


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