La paura: un’arma impropria

Il fatto che in due capitali europee (Londra e Roma) abbiano vinto le elezioni coloro che puntavano sul tema della insicurezza e della paura, deve farci riflettere.

Oggi molti politici, e diverse forze politiche, utilizzano il problema della sicurezza quale argomento utile a far presa sulla gente. I mass-media che hanno capito che solo le tragedie e gli atti delittuosi fanno audience o fanno vendere i giornali, amplificano gli episodi di criminalità, enfatizzando in particolare quelli in cui sono coinvolti cittadini stranieri.

Tutti utilizzano e strumentalizzano il sentimento della paura: per le donne, per i bambini, paura dei ladri,  di qualsiasi forma di diverso, ecc.

Tale paura non è giustificata da un aumento reale degli episodi di criminalità, ma scaturisce da una eccessiva spettacolarizzazione che mette in moto le ansie più recondite: quante volte dopo un delitto vengono intervistati ancora “a caldo” (o addirittura durante i funerali) i parenti delle vittime che piangendo o urlando esprimono un dolore incontrollabile che, sebbene comprensibile in quel momento, può far dire delle cose spiacevoli! Probabilmente sarebbe necessario rispettare il dolore delle persone e dovrebbe essere vietato intervistarle se non trascorsi almeno tre giorni dalla tragedia.

Ma la paura, utilizzata strumentalmente da alcuni, si potrebbe rivelare un’arma impropria che potrebbe creare gravi problemi nella nostra società, e che finirebbe per ritorcersi anche contro la politica, e la stessa democrazia.

Le paure infatti portano le persone ad essere più egoiste, a rinchiudersi più in se stesse, a non vedere nell’altro un fratello, ma solo un possibile nemico. Si finisce per avere paura dei poveri, in modo che, nel timore che tra costoro ci possano essere poveri “finti”, si chiuderanno le porte in faccia a tutti.

Il nostro sistema sociale, ma anche economico, che in questi anni ha tenuto (pur con le sue difficoltà) perché sono state garantite una buona coesione sociale e una discreta capacità di assorbire l’immigrazione extra-comunitaria, potrebbe ora andare in tilt, scatenando una xenofobia ed un razzismo che il nostro Paese non ha mai conosciuto.

C’è in Italia un vastissimo mondo di associazioni che grazie al volontariato hanno realizzato grandi opere di solidarietà, opere educative, di accoglienza, di integrazione, di sostegno a famiglie bisognose. Ma la solidarietà nasce dal sentimento contrario a quello della paura, nasce dalla consapevolezza che siamo tutti figli di Dio, che solo donando potremmo ricevere, che ognuno di noi è chiamato a dare una mano a chi è stato meno fortunato nella vita.

Ma se alimentiamo il sentimento della paura, tutto ciò potrebbe entrare in crisi. Si finirebbe per pretendere dallo Stato (contraddicendo il principio di sussidiarietà) strumenti di controllo, di repressione, di garanzia per coloro che hanno beni (o lavoro) da difendere rispetto a coloro (immigrati) che ancora arriveranno, e che saranno forse più numerosi di oggi. Allora finirebbe il volontariato (che già in parte è entrato in crisi), e finirebbe un welfare delle opportunità e della partecipazione dal basso, per arrivare ad uno Stato che deve garantire tutto,  con la conseguenza che a costi crescenti, si finirà per dover fare delle scelte: ossia tutelare solo i “nostri” bambini e  solo i “nostri” anziani.

Un’ultima considerazione un po’ provocatoria: visto che ancora ci sono più morti ogni anno in incidenti stradali che in episodi criminali (sono oltre 5.000 le vittime da incidenti della strada: una vera e propria guerra continua combattuta nell’indifferenza di ciascuno di noi), dovremmo avere più paura di utilizzare le nostre automobili (sempre più veloci), di trasportare le merci su troppi tir, di percorrere strade insicure e mal tenute. Ma forse questa paura non fa comodo alle nostre industrie, alla nostra economia del consumismo sfrenato, e al numeroso indotto (sanitario, assicurativo, ecc.) che purtroppo “guadagna” sui morti e sui feriti (oltre 100.000 all’anno) di questa immane tragedia quotidiana.

Allora occorre riportare le cose alle loro giuste dimensioni, far capire alla gente (anche se ciò potrà essere impopolare) che non c’è un problema sicurezza e che dobbiamo abituarci a convivere con persone diverse da noi. Queste hanno i nostri stessi bisogni, le nostre stesse ansie, sperano anche loro – legittimamente – in un futuro migliore. Dobbiamo evidenziare che tra di loro c’è un numero di persone dedite ai furti ed ai delitti nella stessa percentuale che c’è tra la nostra gente, e che è nostro interesse aiutare le persone immigrate ad isolare i violenti ed i criminali che sono al loro interno. Ma  essi stessi potranno isolarli se ci sentiranno amici e fratelli, e più che mai accoglienti nei loro confronti., se percepiranno che vogliamo costruire insieme a loro il futuro della nazione Italia sapendo che non è nostra ma è di tutti coloro che la abiteranno in pace ed amicizia, a prescindere dal colore della pelle.


Commenti

2 risposte a “La paura: un’arma impropria”

  1. Avatar roberta ansuini
    roberta ansuini

    E’ impressionante come non riesca a passare l’idea che l’egoismo (i “nostri” bambini… i “nostri” anziani ecc..) è davvero la radice di tutti i mali perchè deforma e distorce l’essenza delle cose e delle relazioni rendendo tutto disumano.
    L’egoismo si ritorce anzittutto sugli egoisti… eppure pare che nessuno ci creda veramente tanto da lavorare e investire in azioni per sradicarlo.

  2. Avatar Davide Alimenti
    Davide Alimenti

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    Purtroppo il tema della sicurezza crea consenso, mentre quello dei conti pubblici – abbiamo un debito pubblico che lasceremo ai nostri nipoti – no!
    Risolvere quest’ultimo tema non porta voti perché comporta sacrifici da parte di tutti. Spero che prima o poi gli italiani aprano gli occhi.

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